Non vorrei ma…. non mi resta che astenermi

Appena passano le ultime elezioni in ordine di tempo, subito si diradano i commenti e le preoccupazioni sul crescente e inarrestabile fenomeno dell’astensionismo. Eppure sarebbe importante indagare, scendere nelle analisi del fenomeno, ricercare le cause non tanto per un esercizio di ritorno al passato che non è possibile, perché il mondo cambia e le società assumono aspetti e caratteristiche mai paragonabili con i decenni trascorsi, ma per far emergere le cause che allontanano i cittadini dalla partecipazione e dal controllo della cosa pubblica ed approntare, se possibile, correttivi ed innovazioni.

Forse non è insensato partire da quello che afferma la nostra Costituzione, costante fonte di saggezza e di lungimiranza per la vita di un popolo.

L’articolo 49 dice così: ”Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale “.

Dunque i partiti sono indicati quali strumenti di libera associazione dei cittadini per concorrere alla realizzazione del governo di tutti. Sorge subito un interrogativo: cosa sono oggi i partiti? Sicuramente non l’espressione della libera associazione di cittadini ma semmai ciò che resta di piccole oligarchie nate e alimentate da filoni di interesse quasi sempre riconducibili ai singoli individui ed alla loro pretesa di crescita carrieristica nelle istituzioni o nel perimetro delle organizzazioni o enti dipendenti dal potere. Ho la prova di quello che affermo per averne vissuto personalmente le conseguenze attraverso una graduale e decisa forma di emarginazione che ha determinato direttamente all’espulsione dal circuito politico per favorire la sicura elezione di un altro. Ci sono soggetti che pensano di escludere le componenti meritocratiche all’interno dei partiti al fine di mantenere da soli il riferimento del consenso. Si dimentica facilmente che la politica è un fenomeno collettivo ed il suo valore cresce o scompare in ragione dell’agire di un partito o di un movimento.

Ancora la Costituzione ricorre ad un termine che riassume il fine stesso dell’articolo 49 e cioè “concorrere” a determinare la politica nazionale. Concorrere significa da un lato partecipare, sostenere, progettare l’agire politico, ma da altro verso definisce la necessaria partecipazione, diretta o indiretta, del cittadino alla formazione delle decisioni politiche ed istituzionali. Quello che accade oggi ha un altro significato. Infatti concorrere è inteso soltanto come affidare un consenso nel momento elettorale e sottintende una delega tacita a tutto quello che viene fatto dopo. Per quale motivo dunque i cittadini dovrebbero associasi per concorrere a determinare la vita pubblica se questa opzione è totalmente disattesa dai partiti e dai singoli eletti? Cito ad esempio la sanità ed il diritto alla salute. Cosa accadrebbe se realmente i partiti fossero davvero quello che si afferma nella Costituzione? Accadrebbe che i poteri pubblici avrebbero già individuato e realizzato le azioni e le leggi necessarie per restituire i diritti negati e riprodotto un modello sanitario in grado di non escludere centinaia di migliaia di cittadini dalle cure e dal diritto alla salute. Invece tutto questo non accade semplicemente perché chi è eletto non è libero né autonomo nel suo mandato, risponde alle segreterie dei partiti che decidono chi candidare ed eleggere e dunque risulta impossibile, al di fuori delle direttive delle segreterie politiche e delle lobby che ruotano attorno, formare convergenze tali da imprimere una direzione piuttosto che un altra alle decisioni pubbliche e istituzionali.

Non si vedono più i politici eletti, discutere e confrontarsi con la gente, anzi scappano, evitando i confronti e le critiche, consapevoli spesso dei limiti culturali che li caratterizzano e delle libertà di cui evidentemente non godono più. Al contrario li vedete in maniera ossessiva tagliare nastri, in prima fila nei convegni pur di farsi vedere dalle telecamere, quasi a segnarsi una tacca in un medagliere improbabile, salvo poi scappare con il telefonino sulle orecchie quando sarebbe utile proprio per loro, ascoltare per apprendere e migliorare la propria responsabilità pubblica. Hanno scritto di recente che la negatività dell’agire politico ”si presenta sotto le spoglie della banalità quotidiana”. E’ una sintesi splendida che faccio mia proprio perché esprime quante lacrime dovremo ancora versare per compensare il dolore per l’abbattimento di tante piante servite per produrre carta su cui sono stati scritti fiumi di inutilità, bestialità ed insulti, totalmente inutili per “determinare la politica nazionale” come ci indica la Costituzione.

In fondo la fuga dalla partecipazione è anche un giudizio di inadeguatezza dell’attuale personale politico e una accusa diretta a chi ha privato il cittadino di poter scegliere da chi farsi rappresentare.

Dunque l’astensionismo diffuso, in fondo, non è altro che il disvelamento di questo inganno da parte dei cittadini verso chi li governa e semplicemente va a significare che mentre il popolo indica la luna, i politici, nel ruolo degli stolti, non sembrano saper fare altro che indicare e guardare il dito.

Invece che parlare con apparente preoccupazione dell’astensionismo dei cittadini dalla vita politica sarebbe più utile, per questa classe dirigente di oggi, mettere mano alle idee, se ne hanno, e riformare il senso di quel “associarsi liberamente in partiti” per rendere questo gesto di libertà, capace di essere produttivo di un nuovo modo di porre la politica al servizio dei bisogni di ogni cittadino. Un piccolo segnale d’ora in poi potrebbe essere quello di astenersi non dal voto ma dal consenso verso quelli che invece di chiedere il consenso per servire lo fanno solo per essere serviti.

Nella prossima puntata parleremo del metodo democratico, in base al quale i partiti dovrebbero concorrere a determinare la politica nazionale e non andrà meglio.

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