Stranamente il mese di ottobre di quest’anno ha avuto modo di esprimere una concentrazione di interessi pubblici sulle problematiche delle zone umide dell’oristanese come mai accaduto, al punto da dedicare ben due convegni a meno di tre giorni l’uno dall’altro. Escludendo che vi sia stata una strategia ad escludendum, certamente i due appuntamenti di confronto si sono mostrati assolutamente diversi per obiettivi e spessore scientifico. Infatti, i due eventi si sono differenziati per l’approccio sistemico con il quale si sono svolti: il primo mirato all’esplorazione riformista di un settore di cui oggi si registra la complessità ambientale e scientifica, il secondo certamente più contemplativo di azioni e opere pubbliche, finanziate dalla Regione, per superare esclusivamente una contingenza emergenziale. Se paradossalmente il primo approccio necessitasse maggiormente dell’attenzione e della presenza dei legislatori, viceversa si è registrato, almeno sul piano dei partecipanti programmati nella seconda iniziativa, una sovrabbondanza di presenze politiche sul tema dell’emergenza, sicuramente in virtù delle maggiori capacità di essere catalizzatore di consenso. Non meraviglia affatto per altro, che la politica preferisca, di questi tempi, ricercare il consenso purché sia, piuttosto che dedicarsi a comprendere ed istruire gli strumenti giuridici e legislativi necessari a riformare il settore rendendo non più necessari gli interventi in emergenza.
Operata questa indispensabile differenza, cercherò di mettere in evidenza l’importanza della pianificazione e della gestione delle zone umide così come emersa nel convegno “Per una nuova rigenerazione ambientale, produttiva e paesaggistica delle zone umide dell’Oristanese”, organizzato dall’Associazione culturale Senatore Lucio Abis, ad Oristano.
Il professor Antonio Pusceddu, del Dipartimento di Scienze della Vita e dell’Ambiente dell’Università di Cagliari, ha illustrato le principali conseguenze del cambiamento climatico sugli ecosistemi marino-costieri del Mediterraneo, con particolare riferimento alle lagune e zone umide dell’Oristanese. Secondo Pusceddu, le trasformazioni in atto non dipendono soltanto dall’aumento delle temperature, ma maggiormente dalla frequenza e intensità crescente degli eventi estremi, come piogge torrenziali e fasi di calore. Ne consegue che le zone umide sono sempre più caratterizzate da una considerevole fragilità ambientale e dalla presenza di specie ed habitat che risultano fra quelli maggiormente minacciati a livello globale. Secondo il professor Pusceddu è necessario affrontare questi fenomeni secondo un piano di interventi capaci di integrare azioni di mitigazione e di adattamento. Benché il compendio lagunare dell’oristanese rappresenti il più importante sito di questo tipo in Sardegna e perfino in Europa, la stessa attenzione andrà posta anche nei riguardi delle altre realtà umide e lagunari della Regione.
E’ seguito l’intervento del professor Pier Paolo Roggero, del Nucleo di Ricerca sulla Desertificazione e del Dipartimento di Agraria dell’Università di Sassari, che ha richiamato l’attenzione sulle sfide che il cambiamento climatico pone all’agricoltura e alle zone umide dell’Oristanese, ma anche sulle opportunità di gestione sostenibile del territorio. Roggero ha spiegato come i dati rilevati dimostrano come il Mediterraneo sia oggi una delle aree del pianeta in cui il riscaldamento climatico si manifesta con maggiore intensità e rapidità, tanto da superare qualunque reazione dei sistemi di governo e di gestione di operare contromisure con efficacia. Da qui dunque l’esigenza di abbandonare l’approccio emergenziale per quello necessariamente integrato e scientifico. Sono seguiti gli interventi del presidente del Centro Marino Internazionale (IMC), Alberto Navone, di Manuela Puddu, responsabile dell’Unità Zone Umide e Cambiamenti Climatici della Fondazione MEDSEA e dei Sindaci di Terralba, Sandro Pili, di Cabras, Andrea Abis, di Arborea, Manuela Pintus e di Nurachi, Renzo Ponti.
Nel mio intervento ho cercato di porre in evidenza come esista oramai un elevato consenso scientifico sul fatto che senza la biodiversità sia i processi naturali che le attività umane sarebbero impossibili e che gli ambienti umidi possono essere sottoposti ad un gran numero di minacce antropiche a scala globale: frammentazione e la trasformazione territoriale (bonifiche, urbanizzazione e artificializzazione in senso lato), modifiche del paesaggio e un gran numero di altri fattori e processi (es., introduzione e invasione di specie aliene, stress idrico, inquinamento, interramento, pascolo, fruizione non controllata, abbandono pratiche colturali). Se consideriamo gli effetti dei cambiamenti climatici, come la diminuzione delle precipitazioni e l‘innalzamento del livello del mare, in particolare nell’area mediterranea, questi possono avere un’influenza rilevante sulle zone umide.
Siamo di fronte all’esigenza di un cambiamento di paradigma, attraverso il riconoscimento del primato della ricerca scientifica quale base conoscitiva per l’approccio corretto delle azioni sul territorio e con la creazione di nuovi strumenti operativi in grado di esprimere la sintesi delle conoscenze con la celerità delle decisioni operative da parte dei decisori istituzionali.
Ho proposto di valutare come il Contratto di Fiume, ovvero il Contratto delle Zone Umide marino-costiere dell’oristanese stilato nel 2021 e limitato alle previsioni di cui al Decreto Legislativo 152/2006 (Piano di gestione del rischio alluvione), con l’integrazione al suo interno dell’Assessorato regionale all’agricoltura, del Consorzio UNO e del IMC e di coloro che ulteriormente ne avessero titolo, venga trasformato con legge regionale nella Cabina di regia di riferimento, per fare sintesi delle complesse attività che gravitano intorno a questi delicati sistemi lagunari.
La visione autonomistica della nostra Regione richiede un salto di qualità in grado di unificare gli organi decisori e le istituzioni locali nella tutela dei valori produttivi e sociali di questi compendi, affidandosi all’Università, ai centri di ricerca e alle conoscenze scientifiche piuttosto che alle vecchie consuetudini clientelari e corporative che ne hanno segnato la storia recente.
Questo organismo potrà essere in grado di valutare ed esplorare come migliorare i livelli produttivi delle attività ittiche, ponderare l’opportunità di costruire all’intorno dei territori lagunari, attività agricole di tipo conservativo con l’obiettivo di promuovere produzioni agricole in grado di ottimizzare l’uso delle risorse e contribuire a ridurre il degrado del terreno attraverso la gestione integrata del suolo, dell’acqua e delle risorse biologiche esistenti, in associazione con fattori di produzione. In tal senso andrebbe esplorata l’introduzione della risicoltura ecologica che, nelle esperienze in atto, oltre a ridurre l’utilizzo di fertilizzanti e pesticidi, presenta delle rese per ettaro maggiori di quelle della risicoltura intensiva. Infine andrebbe analizzato come ridurre lo stress da prelievo nelle attività di pesca estensiva, l’unica che oggi viene svolta.
Ha concluso il convegno l’assessore regionale dell’Ambiente Dott.ssa Rosanna Laconi che ha ringraziato l’Associazione Lucio Abis per l’organizzazione del convegno e tutti gli esperti intervenuti, sottolineando il valore e la profondità dei contributi che hanno messo a disposizione per una migliore azione amministrativa.
Molto importante l’apertura dell’Assessore sul tema del Contratto di Fiume e delle proposte avanzate che fanno ben sperare per il futuro del settore e per dismettere una cultura emergenziale che costa molto sul piano finanziario senza mai evitare che si piangano distruzioni e disastri irreversibili sul territorio.

