Province : l’ennesima sconfitta dell’Autonomia

Mentre la confusione regna in terra sarda, la Regione e la sua giunta non trova di meglio che ululare verso la luna, invocando la lesa maestà perché quattro militari israeliani fanno vacanza nell’isola, ma nessuno si accorge dell’ennesima sconfitta della nostra Regione di fronte allo Stato per l’incapacità e l’inerzia di chi ci governa.

Infatti, tra pochi giorni si celebreranno le elezioni provinciali per la nostra terra, secondo il rito di “santa romana chiesa”, ovvero l’insulsa legge Del Rio, e dunque con elezioni di secondo livello, cioè fra soli amministratori locali e nemmeno tutti.

Una Regione a statuto speciale che, nonostante l’articolo 3 della propria legge statutaria disponga che ha potestà legislativa nelle seguenti materie: “ordinamento degli enti locali e delle relative circoscrizioni”, si genuflette per l’ennesima volta a una legge dello Stato nata per dare in pasto all’opinione pubblica un qualcosa nel momento di maggiore delegittimazione della classe politica nazionale, e non solo, pur di tacitare la rivolta popolare.

Questa è una delle più grandi sconfitte di questo tempo politico che, assieme alla presa in giro sull’articolo 14 dello stesso Statuto (successione della Regione ai beni dismessi dello Stato), configura la condizione di sottomissione che chi ci governa in Sardegna ha scelto di determinare, senza nessun accenno di reazione e di presa di posizione degne di questo nome.

Un tempo si agiva secondo il metodo pattizio che non escludeva mai il confronto muscolare e a colpi di ricorsi contro lo Stato che non rispettava le prerogative della Sardegna. Ora si preferisce il silenzio, a volte intorpidito da affermazioni molto care alla presidenza della Regione, quale quella di ricercare un’insperata quanto inutile “leale collaborazione”.

La Sardegna aveva bisogno di studiare meglio il suo assetto di enti intermedi, aveva bisogno di un confronto promosso dal basso, interloquendo con i territori e i cittadini, ascoltando e comprendendo le ragioni più profonde che albergano nei vari ambiti territoriali.

La Sardegna ha bisogno di riconsiderare, con urgenza, che non si debba accettare passivamente la formazione di un polarismo Sassari-Cagliari centrico, senza mettere in conto una accelerazione involontaria e conseguenziale della desertificazione economica e sociale delle zone interne della nostra terra.

Certamente la presidente avrebbe dovuto capire al volo una tale condizione se non fosse, da tempo, immemore delle condizioni reali della sua terra di origine, probabilmente a causa delle lunghe frequentazioni nei palazzi romani.

Abbiamo lottato tempo fa per rivendicare il suffragio universale nella legittimazione dei rappresentanti nelle istituzioni ed ora accettiamo, senza analisi e confronto, che vengano “delegati” amministratori locali che, nella migliore delle ipotesi, non hanno tempo per dedicarsi agli altri, e agiscono in perfetto conflitto di interessi fra il governo del proprio ente e quello di area vasta.

La Sardegna poteva scegliere il suo assetto organizzativo istituzionale di area vasta, riconsegnando ai cittadini la scelta di chi dovesse amministrare il proprio territorio; lo poteva fare disegnando e motivando le condizioni di una pari opportunità fra aree sviluppate e industrializzate ed aree in gravi difficoltà e in progressivo spopolamento.

Lo ha fatto negli anni passati, proprio in virtù di questa prerogativa statutaria, cancellando i Comitati di controllo, istituendo nuove Province, assumendosi il compito di commissariare gli enti locali. E poteva essere questa l’occasione perchè i cittadini, e non i partiti, scegliessero i quadri dirigenti in grado di sollevare lo sguardo oltre il proprio egoismo, costruendo classi politiche nuove e rivolte alle tematiche più generali e strutturali della Sardegna.

Non si è voluto cambiare per la miopia di un tempo pubblico che si manifesta ogni giorno fra limiti strutturali e culturali invalicabili e una fin troppo chiara condizione di vassallaggio verso i poteri nazionali, che a qualcuno, evidentemente, fanno comodo o gioco, e che proprio in occasione delle polemiche sull’invasione delle energie rinnovabili senza criterio, ha deciso di non indagare ulteriormente per non inseguire altre delusioni.

Questa scelta di votare le Province in Sardegna con elezioni di secondo livello è una scelta che va contro gli interessi dei cittadini sardi e, dunque, anche contro gli interessi dei sindaci e amministratori locali, che saranno chiamati non a governare lo sviluppo delle aree vaste della Sardegna ma semplicemente a fare dei compromessi sulle poche e limitate scelte che potranno affrontare.

Era, invece, l’occasione per rivedere le competenze delle Province in Sardegna, aumentandole anche in funzione delle politiche territoriali da rilanciare, e per realizzare un reale supporto rispetto alle difficoltà dei Comuni e secondo un disegno, regalato alla Autonomia della Sardegna dalla sua Carta fondamentale, tutto da realizzare per unire i sardi, per realizzare solidarietà e opportunità anche verso quelli che oggi faticano di più. Così, invece, siamo costretti, ancora una volta, a misurare la “cifretta” di chi ci governa.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

condividi questo articolo:

Articoli correlati